Myriam Lattanzio e il battito Glocal: cronaca di un risveglio

Marzo 2025. Nel silenzio dello studio, l’aria è quella delle grandi occasioni. Di fronte a me c’è Myriam Lattanzio. Non è un incontro casuale: stiamo dando forma a un’idea che ha aspettato a lungo per esplodere, il suo ritorno ufficiale a molta distanza da quel disco d’esordio che aveva lasciato il segno. La sua spinta creativa è finalmente arrivata al punto di rottura. Non c’è più tempo per i “forse”: bisogna registrare.
Al centro di tutto c’è una visione cruda e necessaria: dare voce agli ultimi. Gli emarginati, i diseredati, chi attraversa confini fisici e mentali. Temi che oggi sembrano sbiaditi, soffocati dal rumore bianco dei social e da questa ossessione collettiva per la ricchezza virtuale che ci sta anestetizzando i sensi.
L’ambizione Glocal: dai vicoli all’universo
La sfida produttiva è quella che preferisco: fondere il DNA di Myriam — quel mix viscerale di tradizione napoletana e attitudine teatrale — con un approccio “Glocal”. L’obiettivo è un sound che parta dal ventre di Napoli ma parli il linguaggio del mondo. Un melting pot dove i ritmi del Mediterraneo si scontrano con le correnti internazionali, trasformando l’identità locale in un manifesto universale.
A Myriam l’idea accende il fuoco sacro. Abbiamo ripreso in mano “A chi a’ cantammo’”, ma la versione originale non bastava più. Cercavo il suo “mondo”: un intreccio di strumenti acustici, atmosfere dense e quel sapore antico che però sa di futuro.
Scrivere la realtà
E’ stato un bellissimo viaggio. All’inizio abbiamo frugato nei cassetti, ma il materiale disponibile non reggeva il passo con la nuova direzione. Così abbiamo scelto la strada più difficile: scrivere brani originali. Mentre Myriam coinvolgeva anche la sua rete di musicisti, è emersa la sua vera natura di storyteller. I suoi testi sono cronache disincantate, quasi dei recitativi potenti che non lasciano scampo. È la voce perfetta per un’opera che punta dritta al risveglio delle coscienze e una grande ispirazione per la mia vena di Songwriter.

Gear Box: Dietro le quinte del suono
Per chi ama i dettagli tecnici, la costruzione del disco è stata un viaggio tra vintage e innovazione. Il cuore della produzione batte su Cubase 14 e Pro Tools 2025.6, con un uso massiccio di Isotope RX per scolpire le voci.
Il sound design pesca da una libreria storica iniziata negli anni ’80, l’epoca d’oro dei campionatori: sono passato dal mitico Akai S612 all’S1100, fino alla flessibilità di Kontakt. Le chitarre sono le vere protagoniste “fisiche”: la mia Epiphone J45, l’Ibanez GB10NT e la Hagström Super Suede. Per la parte sintetica abbiamo attinto a un arsenale d’eccellenza: Spectrasonics (Omnisphere, Trilian, Stylus), l’impeccabile V Collection di Arturia e i mostri sacri di Cherry Audio (CS-80 e Memory Moog). Fondamentale per le texture etniche la libreria Taqsim.
Un disco che non vuole solo essere ascoltato, ma vissuto.

Sangennà: L’invocazione Mediterranea

Il primo passo del viaggio è stato “Sangennà”. Non una semplice canzone, ma una sorta di invocazione laica a San Gennaro perché interceda contro la follia di queste guerre ingiustificabili. Per trovare il DNA sonoro del brano, ho attinto a piene mani dalle ricerche che stavo conducendo per un mio progetto parallelo sul tema dei migranti.
Il mio metodo di lavoro è rigoroso: prima di registrare, costruisco un’architettura di suoni e suggestioni che diventeranno l’ossatura del disco. Per “Sangennà” volevo un sound che fosse un ponte tra Napoli e il resto del mondo. Così, accanto alla chitarra acustica, sono entrati in scena il tres, pad sintetici profondi e una sezione ritmica ancestrale: Darbuka, Udu, Tammorra e percussioni basse che battono come un cuore. A completare il quadro, il graffio della ciaramella, archi dal sapore arabo e il ricamo africano di Ngoni e Kora, strumenti dove ritmo e melodia si fondono in un unico respiro.
La sessione: tra Jazz e istinto
Siamo partiti da un groove di Darbuka. Sopra quel tessuto, io e Myriam abbiamo iniziato a rimpallarci idee, armonie e contro-melodie partendo da una sua bozza di testo. Le sessioni di scrittura sono state un flusso continuo: ci sono voluti tre incontri per arrivare alla quadratura definitiva, ma la soddisfazione è stata immediata. In particolare, una contro-melodia che avevo scritto per il ritornello funzionava così bene da diventare il tema portante dell’intro, regalando al brano un’atmosfera magnetica sin dal primo secondo.
Lavorare con Myriam è un’esperienza stimolante: ha una capacità innata di adattare il canto alla base, improvvisando con una disinvoltura che definirei jazzistica. È un approccio che sento molto mio e che ha reso tutto estremamente fluido.
Il fantasma nella macchina
C’è un aneddoto interessante sulla produzione: quando ho inviato a Myriam la prima bozza dell’arrangiamento, lei mi ha risposto mandandomi un provino vocale registrato al volo con l’iPhone. Grazie alle tecnologie di isolamento vocale, sono riuscito a estrarre quella traccia e a usarla come guida per rifinire i dettagli del pezzo.
Come spesso accade nel rock, battere la “prima take” è stata un’impresa. Quella registrazione sporca fatta col telefono aveva una spontaneità e una forza brutale. Abbiamo faticato in studio per ritrovare quella stessa urgenza, ma tra aggiustamenti al testo e sessioni intense, siamo riusciti a chiudere una traccia vocale definitiva che non perde un grammo di quella verità originale.
Il coro della strada
Per chiudere il cerchio, serviva un impatto corale. Con l’aiuto di Gabriella Rinaldi, mia compagna d’arte e di vita, abbiamo immaginato un coro di persone, un’umanità che si unisce all’invocazione di Myriam per renderla universale. Abbiamo coinvolto gli allievi di canto di Gabriella: l’effetto è stato potente, un muro di voci perfettamente in linea con l’anima del brano.
A quel punto, il pezzo era pronto. Destinazione: il missaggio.

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