MONICA PINTO

Cantante, cantautrice, insegnante di canto.
La sua iniziale formazione artistica si radica nella canzone napoletana classica e nella musica tradizionale campana di cui si fa interprete nell’ambito di molte rappresentazioni teatrali.
Voce femminile del Gruppo Operaio E Zezi prima e poi voce solista e co-fondatrice del gruppo Spaccanapoli, che, nel 2000, debutta discograficamente  con il lavoro “Aneme  Perze/Lost Souls”, pubblicato dalla Real World Records (Virgin) di Peter Gabriel. Con gli Spaccanapoli si esibisce in  numerosissimi festival di world music in Europa e nel mondo e  collabora con lo stesso Gabriel in occasione di alcuni suoi concerti italiani.
Sempre con Spaccanapoli,  nel 2010, partecipa  al film “Passione” per la regia di  John Turturro e dall’anno successivo,  è   in tour con “Passione live tour”, concerto musicale tratto dall’omonimo film in cui collabora con Peppe Barra, James Senese, Raiz, Pietra Montecorvino ed altri.
La ricerca e lo  studio in ambito cantautoriale,  sfocia  nella realizzazione di un suo progetto di teatro- canzone su Luigi Tenco, intitolato “Il Sogno di una cosa”, che nel 2013 debutta a “Benevento città spettacolo”.
Attualmente è impegnata  nella produzione di un personale progetto discografico come cantautrice la cui pubblicazione è prevista nel maggio 2016.

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Vesuvio in canto
di
Monica Pinto

La mia storia è radicata qui, nella terra sapiente della creatura antica, dove da sempre mi accarezza  un alito amorevole di fuoco e  un  impeto muto mi appassiona.  
Questo è il mio Vesuvio. Animale sopito. Scultura maestosa stagliata nel tempo della mia città.
La mia percezione scivola sui suoi profili,  i suoi sentieri si inerpicano lungo le mie vene; la sua fiamma latente è  pulsazione calda del mio cuore.  Il magma è sangue; le increspature, rughe per la mia  vecchiaia;  la terra bruna è fervida carne.
Sono cresciuta  senza averne mai paura e anche ora mi rimetto a lui e a lui mi affido, ‘che  non può esserci rancore verso una tale manifestazione di bellezza, né volontà di condanna nella sua forza devastatrice.
Ma se ne immagino un giorno il risveglio, lo vedo cullarsi nel vento tiepido di un mattino luminoso e poi  oscillare in una vibrazione lenta che si espande, a poco a poco, nella danza rotante di un derviscio in preghiera. Poi, lo immagino aprire la bocca in uno strappo  ed erompere in un canto liquido che,  acuto e intenso, si innalza al sole. Allora sinuose spirali sonore si avvolgono al cielo e, infine,  si flettono e  scrosciano sulla terra  penetrandone ogni cavità. Vapori di musica fluttuano nell’aria  e una sinfonia di armonici  si spande, mentre al suolo, la voce,  scomposta in  mille canti armonizzati, scorre rapida lungo ogni muro,  attraverso ogni vicolo, ogni  anfratto, componendo  un’orchestra  d’echi e risonanze, vortici di note trascinanti.  Il concerto è gonfio di suono e si amplifica ancora ad ogni nuovo passaggio. Tutti gli ascolti restano tesi, tutti i cuori ne sono pervasi.
All’apice del fragore, la musica è un mare traboccante e  la città  è già tutta liberata, dall’inquietudine, dall’oppressione, dall’incertezza, dall’ignoranza e inconsapevolezza.   
Infine,  la voce si attenua e poi si fa silente. Resta solo un lungo bordone profondo ad accompagnare l’ultimo lieve fremito sotterraneo. Ora tutto tace. La città finalmente riposa nel vento tiepido di un mattino luminoso.